Conferenza di Ateneo del Politecnico di Torino – 24 novembre 2017

Conferenza di Ateneo del Politecnico di Torino – 24 novembre 2017

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Assemblea Nazionale

Nei prossimi giorni sarà resa pubblica la prima bozza della legge di bilancio e se il mondo universitario intende dare un contributo propositivo al riguardo, cosa oltremodo urgente, è necessario farci sentire ora. Per questo motivo proponiamo una

ASSEMBLEA NAZIONALE
degli studenti e i lavoratori in mobilitazione
POLITECNICO DI TORINO – 6 novembre 2017
ORE 11:00 – aula 27b

INFORMAZIONI PER RAGGIUNGERE L’ASSEMBLEA

per fare sintesi delle proposte di che stanno emergendo a livello locale e convergere su una grande azione di mobilitazione condivisa e nazionale da mettere in atto nel caso il testo della legge di bilancio che verrà approvato non risponda adeguatamente alle nostre richieste, che sono state espresse nella lettera aperta alla Ministra ( vedi https://politecnicoblog.wordpress.com/petizione/) e ricordiamo sono principalmente:

  • Aumentare significativamente il Fondo di Funzionamento Ordinario (FFO), cercando almeno di avvicinarci alla media europea;
  • Programmare un grande piano straordinario pluriennale di reclutamento di Ricercatori in tenure track per ringiovanire e aumentare la numerosità della docenza universitaria, con l’obiettivo di adeguare il rapporto numerico studenti/docenti del nostro sistema universitario a quello degli altri paesi europei;
  • Ridurre le limitazioni all’accesso degli studenti all’Università e investire maggiormente nel sostegno al diritto allo studio, nella residenzialità universitaria e in politiche mirate all’aumento del numero degli iscritti e dei laureati;
  • Investire nel finanziamento e nella valorizzazione del dottorato di ricerca, a cominciare dall’eliminazione delle disparità oggi esistenti fra i dottorandi;
  • Procedere celermente al rinnovo del CCNL 2016-2018 del personale contrattualizzato dell’Università e avviare un recupero progressivo del potere d’acquisto dei salari, perduto in 8 anni di blocco;
  • Riportare una ragionevole equità tra il trattamento economico dei docenti universitari e il resto del personale pubblico non contrattualizzato, in particolare riguardo il recupero dell’anzianità persa in questi ultimi anni;
  • Ripensare le modalità della valutazione, evitando un uso automatico degli indicatori al fine delle ripartizioni dei fondi e dei compiti di indirizzo del sistema;
  • Uscire dalla logica della concorrenza tra gli Atenei, i Dipartimenti e i ricercatori e riprendere a gestire l’Università Pubblica come un’istituzione nazionale con obiettivi di sistema e con la finalità primaria di fornire un adeguato e uniforme servizio all’intero paese.

Vogliamo sottolineare e rendere pubblico quanto la legislazione attuale abbia profondamente modificato il modello di governo delle università e il metodo di reclutamento e di progressione del personale docente, generando evidenti criticità del sistema universitario italiano sia nella capacità attrattiva che nella capacità di motivare chi è in una posizione strutturata. In particolare uno dei problemi più pressanti sul sistema e sulla vita delle persone sono i tempi troppi lunghi necessari per passare nella figura di professore di ruolo e la mancanza di un’unica figura pre ruolo che possa andare a sostituire l’attuale eterogeneità di figure. Tali criticità dovranno essere al più presto corrette con interventi urgenti e puntuali e soprattutto dovranno essere oggetto di una discussione nazionale nella prospettiva di una riforma complessiva della docenza universitaria.

Il sistema universitario è un bene comune con un ruolo sociale insostituibile. Lavoriamo insieme per il riscatto dell’Università Pubblica.

Locandina PDF

 

PER CONTATTI E SEGNALAZIONI
di assemblee trasversali che si stanno tenendo negli Atenei per discutere sulle azioni di mobilitazione condivisa da tutte le componenti del mondo universitario, scrivere a riscattouniversitapubblica@gmail.com  Alla pagina La Mobilitazione potete trovare le iniziative che ci sono state segnalate

Se la toppa è peggio del buco

Mi pare che la notizia della cupola che ha controllato l’ASN di diritto tributario abbia creato reazioni scomposte e a volte ben poco razionali. Il picco della bufera forse è passato e quindi, spero, si possa cominciare a fare qualche ragionamento un po’ più meditato.

Non c’è dubbio che i baroni esistono e che sono tutti professori ordinari. Per lo meno se con “barone” si intende un professore che gestisce una parte dell’Università Pubblica come se fosse una cosa di sua proprietà. Non è però vero il viceversa, cioè che tutti gli ordinari sono baroni. Conosco di persona professori ordinari di levatura morale ineccepibile. Si tratta quindi di una parte, mi auguro una minoranza, all’interno di una categoria che in tutto rappresenta comunque poco più di un quarto del corpo docente universitario. Se contiamo che il nostro mondo è composto anche dalle migliaia di ricercatori non strutturati, dai tecnici, dagli amministrativi, dai bibliotecari, dai dottorandi e soprattutto dai milioni di studenti, siamo davanti a una piccolissima minoranza di persone che persegue i propri interessi personali a discapito della grandissima parte dell’Università, che è la vera parte lesa di questo fenomeno.

Che possa essere fatto di tutta l’erba un fascio, attaccando l’Università in quanto tale è veramente inaccettabile e del tutto irrazionale. Oltra al danno anche la beffa. Le persone che hanno comportamenti scorretti o addirittura illegali vanno individuate e non criminalizzate intere categorie. È talmente ovvio che mi vergogno un po’ a doverlo scrivere.

Alcuni meno superficiali hanno deciso invece di attaccare i concorsi universitari, invece che l’Università in quanto tale. Molto meglio, direi. Solo che la soluzione proposta è peggio del male. C’è la corruzione nei concorsi e quindi eliminiamoli e sostituiamoli con le chiamate dirette, cioè dando la possibilità ai baroni di decidere legalmente chi chiamare a loro piacimento. Una sorta di legalizzazione delle scelte arbitrarie, che tra l’altro non appare neppure legalmente possibile, visto che per essere assunti nella pubblica amministrazione è necessario un concorso pubblico.

Come già successo nel 2010 con la riforma Gelmini, un nuovo tentativo di spianare la strada al potere baronale, proprio con la scusa della guerra ai baroni. Occhio alle toppe peggio del buco!

Tutto sommato però l’idea di eliminare i concorsi non mi dispiace. È proprio sul potere di condizionare i concorsi che si basa una parte del potere baronale e poi soprattutto è del tutto irrazionale una sequenza di concorsi come quella prevista nell’Università italiana. Concorso per fare l’assegnista, poi altro concorso per diventare RTD (Ricercatore a Tempo Determinato) di tipo a, poi ulteriore concorso per diventare l’RTD di tipo b e quindi Professore Associato e l’ennesimo concorso per diventare infine, oramai spesso anzianotto, Professore Ordinario. Non è un caso se i professori ordinari italiani hanno in media più di 60 anni, veramente tanti anni in più che nel resto del mondo.

Di concorso ne basterebbe uno, quello per il reclutamento, e poi la progressione si potrebbe fare con delle valutazioni sulla persona, in base quindi all’impegno e ai risultati relativi dell’intera gamma della nostra attività lavorativa. Idea originale e rivoluzionaria? Veramente fanno così nella quasi totalità dei sistemi universitari del mondo e anche in qualsiasi posto di lavoro, in Italia o all’estero, nel pubblico e nel privato. C’è una selezione comparativa all’ingresso, al momento dell’assunzione, e poi da lì in avanti conta quello che fai tu, quanto bene svolgi il tuo lavoro e la carriera si basa su quello.

Se è una rivoluzione è la rivoluzione dell’ovvio. La cosa strana è che invece nell’Università italiana, e solo quella italiana, si viene assunti infinite volte. Assunto come assegnista, poi licenziato e riassunto come RTDa, di nuovo licenziato e riassunto come RTDb… La cosa più assurda e che fanno finta di licenziarci anche all’interno dei ruoli strutturati. Si viene formalmente licenziati da Professore Associato e riassunti come Professore Ordinario, quando si fa l’ultimo dei passaggi di carriera ed è con questo trucco che ci rubano tutta l’anzianità di servizio, facendoci ripartire da zero. Si continua a fare il medesimo lavoro: stessi corsi, stessi studenti, stessi dottorandi, stessa ricerca, anche stessa scrivania… ma ci raccontano che è un altro lavoro, e quindi giustamente essendo un nuovo lavoro necessita di una nuova assunzione e di ripartire da un’anzianità nulla. Raccontato a chi non fa parte del mondo dell’Università sembra una cosa da pazzi, e in effetti lo è, ma il re è nudo e nessuno lo dice o forse ci siamo così abituati che ci sembra vestito.

Di posizioni nel corpo docente ne basterebbero due: un’unica figura pre-ruolo di professore junior che permetta ai migliori, dopo un tempo ragionevolmente limitato e una fase di tenure track, il passaggio a professore di ruolo. Sarebbe poi sufficiente avere un adeguato sistema di valutazione dell’attività globale delle persone per la progressione di carriera, ovviamente affiancato dalla possibilità di reclutare dall’esterno del sistema universitario e del paese. Quest’ultima possibilità a dire il vero è  già esistente, anzi in qualche misura è addirittura obbligatoria con le leggi vigenti, ma è di difficile realizzazione a causa dei limitati stipendi, soprattutto in entrata, che abbiamo nel nostro paese e che inevitabilmente ci rendono molto poco attrattivi.

Con questo si risolverebbe qualsiasi problema di favoritismi o corruzione? Certo che no, non esistono leggi che possano impedire la delinquenza. Forse però si avrebbe un sistema un po’ più ragionevole, dove ognuno cercando di fare bene il proprio lavoro ha tutta la convenienza a collaborare con i colleghi, invece che vederli come pericolosi antagonisti nella corsa ad ostacoli degli innumerevoli concorsi del sistema attuale.

Danilo Bazzanella

Nowhere Fast

Sulla possibilità per gli studenti preimmatricolati di sostenere subito gli esami del primo anno, senza aver avuto modo di seguire le lezioni

Personalmente sono molto critico sull’ossessione di bruciare le tappe, di “guadagnare tempo”, che pervade da tempo e in misura crescente la nostra società. È una questione ben studiata e sempre più impattante sulla vita delle persone. Il cosiddetto fenomeno dell’“accelerazione sociale”, anche se non riguarda solo i tempi moderni, è diventato alienante a un livello preoccupante soprattutto negli ultimi anni. Mi pare che la decisione del nostro Ateneo sia lo specchio di quanto questa ossessione sia arrivata a quelli che dovrebbero essere i livelli più alti della cultura e della scienza e che dovrebbero fare da argine a una deriva così negativa per la nostra società.

Fare presto, finire gli studi prima possibile, viene oramai diffusamente inteso come una cosa positiva, come un vantaggio per gli studenti. Io ritengo sia un errore grave da parte degli studenti e della società intera, che purtroppo sta scivolando sempre più nell’esaltazione della velocità come un valore in sé. Gli anni degli studi sono una grandiosa possibilità, spesso unica nella vita, per dedicarsi veramente alla formazione e allo sviluppo delle proprie competenze e conoscenze e in definitiva allo sviluppo della propria persona. Ridurre questo periodo (si parla giornalmente di liceo breve, scuole medie più brevi o ciclo unico ridotto) sembra un obiettivo sociale fondamentale, quando invece rappresenterebbe semplicemente la riduzione della formazione delle giovani generazioni, non solo dell’istruzione ma della formazione vera e propria.

È molto triste che la società stia scivolando in questo equivoco, ma ancora più grave sarebbe se venisse supinamente seguita dal mondo intellettuale e soprattutto dal nostro mondo, quello universitario. Se non ci dimostriamo capaci di analizzare la situazione sociale e politica con un occhio maggiormente in grado di cogliere le tendenze della società e soprattutto i rischi di queste tendenze, in quale senso potremmo rivendicare per noi un ruolo significativo?

La decisione del Politecnico di Torino di “favorire” gli studenti preimmatricolati, permettendo loro di evitarsi le lezioni del primo anno e sostenere da subito gli esami, si colloca perfettamente in questo equivoco. L’idea che gli studenti più bravi possano evitarsi di “perdere del tempo” a seguire le lezioni siccome sono già in grado di passare l’esame, è un’idea paradigmatica dell’accelerazione sociale. Tutto si misura in tempo, se fai presto è meglio e nulla conta la qualità e la profondità della formazione personale. Bisogna correre, ma per andare dove nessuno lo sa, perché è proprio questo il grande problema dell’accelerazione sociale: la mancanza di un obiettivo per tutto il tempo che riusciamo a guadagnare con la nostra velocità. Una perdita di senso chiaramente percepita, ma spesso non compresa consciamente, che paradossalmente a volte si prova a curare con una ulteriore accelerazione.

Non contesto il fatto che gli studenti molto bravi siano in grado di passare gli esami del primo anno, e non solo, anche senza seguire le lezioni. Mi pare evidente che sia così. Contesto con forza che questo sarebbe per loro un vantaggio. Al contrario. Sono proprio gli studenti più preparati che potrebbero godere al massimo delle lezioni e del contatto con docenti entusiasti e competenti come abbiamo al Politecnico e potrebbero sviluppare le loro potenzialità fino al limite delle loro possibilità.

Non far seguire loro le lezioni lo ritengo un errore politico e pedagogico grave. Se siamo noi i primi a dire con i fatti che ciò che conta è passare l’esame e non la formazione che diamo, non si vede perché poi ci si possa offendere se ci considerano e ci trattano come un esamificio. Questa decisione mi pare fortemente in contrasto con la nostra giusta ambizione di fare della formazione superiore di alto livello. Se ci releghiamo da soli nel ruolo di organismo di certificazione delle competenze tecniche, avremo poi poco da lamentarci

Non credo comunque sia successo nulla di grave. Qualche studente, pochissimi per fortuna, sono stati un po’ penalizzati e non hanno potuto godere del servizio di lezioni che abbiamo il dovere di fornire come Università Pubblica, ma la nostra mancanza è stata, per ora, veramente minimale. Abbiamo tutto il tempo per aprire una discussione nell’Ateneo su un tema così rilevante e giungere a una posizione ampiamente discussa e possibilmente condivisa.

Per questioni così rilevanti, che ci hanno portato a darci regole così al di fuori della nostra tradizione universitaria, sarebbe stato bene che la discussione e la condivisione precedessero le decisioni e non viceversa. La capacità di riconsiderare le nostre scelte e, nel caso se ne ravvisi la necessità, di ritornare sui nostri passi, spero rimanga comunque una peculiarità della nostra istituzione e sono certo che anche questa volta ne daremo prova.

Danilo Bazzanella