Se la toppa è peggio del buco

Mi pare che la notizia della cupola che ha controllato l’ASN di diritto tributario abbia creato reazioni scomposte e a volte ben poco razionali. Il picco della bufera forse è passato e quindi, spero, si possa cominciare a fare qualche ragionamento un po’ più meditato.

Non c’è dubbio che i baroni esistono e che sono tutti professori ordinari. Per lo meno se con “barone” si intende un professore che gestisce una parte dell’Università Pubblica come se fosse una cosa di sua proprietà. Non è però vero il viceversa, cioè che tutti gli ordinari sono baroni. Conosco di persona professori ordinari di levatura morale ineccepibile. Si tratta quindi di una parte, mi auguro una minoranza, all’interno di una categoria che in tutto rappresenta comunque poco più di un quarto del corpo docente universitario. Se contiamo che il nostro mondo è composto anche dalle migliaia di ricercatori non strutturati, dai tecnici, dagli amministrativi, dai bibliotecari, dai dottorandi e soprattutto dai milioni di studenti, siamo davanti a una piccolissima minoranza di persone che persegue i propri interessi personali a discapito della grandissima parte dell’Università, che è la vera parte lesa di questo fenomeno.

Che possa essere fatto di tutta l’erba un fascio, attaccando l’Università in quanto tale è veramente inaccettabile e del tutto irrazionale. Oltra al danno anche la beffa. Le persone che hanno comportamenti scorretti o addirittura illegali vanno individuate e non criminalizzate intere categorie. È talmente ovvio che mi vergogno un po’ a doverlo scrivere.

Alcuni meno superficiali hanno deciso invece di attaccare i concorsi universitari, invece che l’Università in quanto tale. Molto meglio, direi. Solo che la soluzione proposta è peggio del male. C’è la corruzione nei concorsi e quindi eliminiamoli e sostituiamoli con le chiamate dirette, cioè dando la possibilità ai baroni di decidere legalmente chi chiamare a loro piacimento. Una sorta di legalizzazione delle scelte arbitrarie, che tra l’altro non appare neppure legalmente possibile, visto che per essere assunti nella pubblica amministrazione è necessario un concorso pubblico.

Come già successo nel 2010 con la riforma Gelmini, un nuovo tentativo di spianare la strada al potere baronale, proprio con la scusa della guerra ai baroni. Occhio alle toppe peggio del buco!

Tutto sommato però l’idea di eliminare i concorsi non mi dispiace. È proprio sul potere di condizionare i concorsi che si basa una parte del potere baronale e poi soprattutto è del tutto irrazionale una sequenza di concorsi come quella prevista nell’Università italiana. Concorso per fare l’assegnista, poi altro concorso per diventare RTD (Ricercatore a Tempo Determinato) di tipo a, poi ulteriore concorso per diventare l’RTD di tipo b e quindi Professore Associato e l’ennesimo concorso per diventare infine, oramai spesso anzianotto, Professore Ordinario. Non è un caso se i professori ordinari italiani hanno in media più di 60 anni, veramente tanti anni in più che nel resto del mondo.

Di concorso ne basterebbe uno, quello per il reclutamento, e poi la progressione si potrebbe fare con delle valutazioni sulla persona, in base quindi all’impegno e ai risultati relativi dell’intera gamma della nostra attività lavorativa. Idea originale e rivoluzionaria? Veramente fanno così nella quasi totalità dei sistemi universitari del mondo e anche in qualsiasi posto di lavoro, in Italia o all’estero, nel pubblico e nel privato. C’è una selezione comparativa all’ingresso, al momento dell’assunzione, e poi da lì in avanti conta quello che fai tu, quanto bene svolgi il tuo lavoro e la carriera si basa su quello.

Se è una rivoluzione è la rivoluzione dell’ovvio. La cosa strana è che invece nell’Università italiana, e solo quella italiana, si viene assunti infinite volte. Assunto come assegnista, poi licenziato e riassunto come RTDa, di nuovo licenziato e riassunto come RTDb… La cosa più assurda e che fanno finta di licenziarci anche all’interno dei ruoli strutturati. Si viene formalmente licenziati da Professore Associato e riassunti come Professore Ordinario, quando si fa l’ultimo dei passaggi di carriera ed è con questo trucco che ci rubano tutta l’anzianità di servizio, facendoci ripartire da zero. Si continua a fare il medesimo lavoro: stessi corsi, stessi studenti, stessi dottorandi, stessa ricerca, anche stessa scrivania… ma ci raccontano che è un altro lavoro, e quindi giustamente essendo un nuovo lavoro necessita di una nuova assunzione e di ripartire da un’anzianità nulla. Raccontato a chi non fa parte del mondo dell’Università sembra una cosa da pazzi, e in effetti lo è, ma il re è nudo e nessuno lo dice o forse ci siamo così abituati che ci sembra vestito.

Di posizioni nel corpo docente ne basterebbero due: un’unica figura pre-ruolo di professore junior che permetta ai migliori, dopo un tempo ragionevolmente limitato e una fase di tenure track, il passaggio a professore di ruolo. Sarebbe poi sufficiente avere un adeguato sistema di valutazione dell’attività globale delle persone per la progressione di carriera, ovviamente affiancato dalla possibilità di reclutare dall’esterno del sistema universitario e del paese. Quest’ultima possibilità a dire il vero è  già esistente, anzi in qualche misura è addirittura obbligatoria con le leggi vigenti, ma è di difficile realizzazione a causa dei limitati stipendi, soprattutto in entrata, che abbiamo nel nostro paese e che inevitabilmente ci rendono molto poco attrattivi.

Con questo si risolverebbe qualsiasi problema di favoritismi o corruzione? Certo che no, non esistono leggi che possano impedire la delinquenza. Forse però si avrebbe un sistema un po’ più ragionevole, dove ognuno cercando di fare bene il proprio lavoro ha tutta la convenienza a collaborare con i colleghi, invece che vederli come pericolosi antagonisti nella corsa ad ostacoli degli innumerevoli concorsi del sistema attuale.

Danilo Bazzanella

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Nowhere Fast

Sulla possibilità per gli studenti preimmatricolati di sostenere subito gli esami del primo anno, senza aver avuto modo di seguire le lezioni

Personalmente sono molto critico sull’ossessione di bruciare le tappe, di “guadagnare tempo”, che pervade da tempo e in misura crescente la nostra società. È una questione ben studiata e sempre più impattante sulla vita delle persone. Il cosiddetto fenomeno dell’“accelerazione sociale”, anche se non riguarda solo i tempi moderni, è diventato alienante a un livello preoccupante soprattutto negli ultimi anni. Mi pare che la decisione del nostro Ateneo sia lo specchio di quanto questa ossessione sia arrivata a quelli che dovrebbero essere i livelli più alti della cultura e della scienza e che dovrebbero fare da argine a una deriva così negativa per la nostra società.

Fare presto, finire gli studi prima possibile, viene oramai diffusamente inteso come una cosa positiva, come un vantaggio per gli studenti. Io ritengo sia un errore grave da parte degli studenti e della società intera, che purtroppo sta scivolando sempre più nell’esaltazione della velocità come un valore in sé. Gli anni degli studi sono una grandiosa possibilità, spesso unica nella vita, per dedicarsi veramente alla formazione e allo sviluppo delle proprie competenze e conoscenze e in definitiva allo sviluppo della propria persona. Ridurre questo periodo (si parla giornalmente di liceo breve, scuole medie più brevi o ciclo unico ridotto) sembra un obiettivo sociale fondamentale, quando invece rappresenterebbe semplicemente la riduzione della formazione delle giovani generazioni, non solo dell’istruzione ma della formazione vera e propria.

È molto triste che la società stia scivolando in questo equivoco, ma ancora più grave sarebbe se venisse supinamente seguita dal mondo intellettuale e soprattutto dal nostro mondo, quello universitario. Se non ci dimostriamo capaci di analizzare la situazione sociale e politica con un occhio maggiormente in grado di cogliere le tendenze della società e soprattutto i rischi di queste tendenze, in quale senso potremmo rivendicare per noi un ruolo significativo?

La decisione del Politecnico di Torino di “favorire” gli studenti preimmatricolati, permettendo loro di evitarsi le lezioni del primo anno e sostenere da subito gli esami, si colloca perfettamente in questo equivoco. L’idea che gli studenti più bravi possano evitarsi di “perdere del tempo” a seguire le lezioni siccome sono già in grado di passare l’esame, è un’idea paradigmatica dell’accelerazione sociale. Tutto si misura in tempo, se fai presto è meglio e nulla conta la qualità e la profondità della formazione personale. Bisogna correre, ma per andare dove nessuno lo sa, perché è proprio questo il grande problema dell’accelerazione sociale: la mancanza di un obiettivo per tutto il tempo che riusciamo a guadagnare con la nostra velocità. Una perdita di senso chiaramente percepita, ma spesso non compresa consciamente, che paradossalmente a volte si prova a curare con una ulteriore accelerazione.

Non contesto il fatto che gli studenti molto bravi siano in grado di passare gli esami del primo anno, e non solo, anche senza seguire le lezioni. Mi pare evidente che sia così. Contesto con forza che questo sarebbe per loro un vantaggio. Al contrario. Sono proprio gli studenti più preparati che potrebbero godere al massimo delle lezioni e del contatto con docenti entusiasti e competenti come abbiamo al Politecnico e potrebbero sviluppare le loro potenzialità fino al limite delle loro possibilità.

Non far seguire loro le lezioni lo ritengo un errore politico e pedagogico grave. Se siamo noi i primi a dire con i fatti che ciò che conta è passare l’esame e non la formazione che diamo, non si vede perché poi ci si possa offendere se ci considerano e ci trattano come un esamificio. Questa decisione mi pare fortemente in contrasto con la nostra giusta ambizione di fare della formazione superiore di alto livello. Se ci releghiamo da soli nel ruolo di organismo di certificazione delle competenze tecniche, avremo poi poco da lamentarci

Non credo comunque sia successo nulla di grave. Qualche studente, pochissimi per fortuna, sono stati un po’ penalizzati e non hanno potuto godere del servizio di lezioni che abbiamo il dovere di fornire come Università Pubblica, ma la nostra mancanza è stata, per ora, veramente minimale. Abbiamo tutto il tempo per aprire una discussione nell’Ateneo su un tema così rilevante e giungere a una posizione ampiamente discussa e possibilmente condivisa.

Per questioni così rilevanti, che ci hanno portato a darci regole così al di fuori della nostra tradizione universitaria, sarebbe stato bene che la discussione e la condivisione precedessero le decisioni e non viceversa. La capacità di riconsiderare le nostre scelte e, nel caso se ne ravvisi la necessità, di ritornare sui nostri passi, spero rimanga comunque una peculiarità della nostra istituzione e sono certo che anche questa volta ne daremo prova.

Danilo Bazzanella

Meritocrazia: obbligo morale o calamità?

La parola “meritocrazia” è un neologismo (coniato dal sociologo britannico Michael Young negli anni 1950) usato originariamente per indicare una forma di governo distopica nella quale la posizione sociale di un individuo viene determinata dal suo quoziente intellettivo e dalla sua attitudine al lavoro. Nel tempo la parola ha acquisito un significato più generico che riguarda la “concezione della società in base alla quale le responsabilità direttive, e specialmente le cariche pubbliche, dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che mostrano di possedere in maggior misura intelligenza e capacità naturali, oltreché di impegnarsi nello studio e nel lavoro” (vedi http://www.treccani.it/vocabolario/meritocrazia/ ).

L’aspetto negativo del concetto di meritocrazia è stato prevalente per lungo tempo. Il filosofo T. Nagel è intervenuto sull’argomento interrogandosi sulla moralità che qualcuno venga avvantaggiato nell’esercizio del potere per qualcosa che gli è stato concesso dalla natura e sulla inconciliabilità tra meritocrazia e democrazia (vedi T. Nagel, I paradossi dell’eguaglianza, Milano, Il Saggiatore, 1993).

Più di recente, soprattutto in Italia, la parola “meritocrazia” ha assunto un significato maggiormente positivo, sostanzialmente come sinonimo di riconoscimento del merito personale nell’assegnazione dei posti di responsabilità.

Visto il significato della parola, si può quindi parlare di “ripartizione meritocratica delle cariche di responsabilità”, ma “ripartizione meritocratica delle risorse” non ha molto senso. Sarebbe meglio dire “ripartizione delle risorse basata sul merito”. Tant’è, oramai sarà difficile invertire la tendenza all’uso piuttosto libero della parola e comunque basta capirsi.

La ripartizione delle risorse basata sul merito è comunque una cosa positiva, addirittura un dovere morale, o una calamità da evitare? Penso nessuna delle due, come già ho scritto in un precedente post Un esercizio di fanta-programmazione del personale. A mio parere è tutta una questione di equilibrio.

Non ho dubbi che favorire qualcuno mediante una ripartizione premiale di risorse può avere dei lati positivi, direi soprattutto quello di incentivare comportamenti virtuosi. Ha anche evidentemente dei difetti, alcuni dei quali possono essere:

– la difficoltà, e il costo in tempo e risorse umane, di valutare adeguatamente il merito e quindi di stabilire chi premiare e soprattutto quanto premiare. In caso di valutazione non accurata e/o non condivisa dagli interessati gli effetti rischiano di essere molto negativi;

– premiare qualcuno vuol dire penalizzare altri e premiare molto alcuni inevitabilmente implica penalizzare molto altri, cosa negativa e a volte distruttiva per i sistemi complessi;

– la premialità è orientata al passato. Si premia chi in passato è stata meritevole, non chi lo sarà in futuro, cosa molto difficile da stabilire;

– può dare origine a un feedback distruttivo. Premiare chi è migliore rischia di renderlo ancora migliore e di rendere invece ancora peggiore chi non viene premiato.

Nel caso di un servizio pubblico (come ospedali, scuole, università…), la questione è ancora più complessa. E’ evidente che per il bene della salute pubblica è di fatto poco utile favorire con una ripartizione premiale di risorse un ospedale che già funziona bene ed è molto più fruttuoso investire per portare a un livello adeguato anche gli ospedali che invece non lo sono, partendo proprio da quelli in situazioni più disagiate, e analogamente per le differenze di efficienza all’interno dei diversi settori nei singoli ospedali. Certo i medici degli ospedali o dei settori migliori potrebbero dire, e con qualche ragione, che è giusto e doveroso riconoscere la loro maggiore professionalità e capacità organizzativa.

Mi pare che la questione sia delicata e chiaramente politica. Chi è al centro della nostra attenzione: i medici o i malati? Se al centro sono i medici, è giusto premiare gli ospedali migliori e i medici migliori con maggiori finanziamenti e stipendi maggiori, sempre che sia possibile definire in modo condiviso cosa significa medico migliore o ospedale migliore. Se lo meriterebbero. Se però si mettono al centro i malati è preferibile porsi come obiettivo primario quello di portare un servizio adeguato anche a chi ha la sfortuna di vivere in una zona dove si trova un ospedale meno bene organizzato o la sfortuna di avere una malattia gestita da un settore meno efficiente dell’ospedale.

Credo che la situazione delle istituzioni formative come Scuola e Università sia analoga. Sono istituzioni con al centro il loro personale o con al centro gli studenti e il territorio? Se servono soprattutto al loro personale è giusto che si premi chi risulta maggiormente meritevole, sempre con tutti i dubbi sulla difficoltà e affidabilità della valutazione. Se però si ritiene che siamo noi al servizio del paese e non il viceversa, allora le politiche potrebbero essere anche molto diverse.

Io un’idea ce l’ho. Parliamone.

Danilo Bazzanella

Un esercizio di fanta-programmazione del personale

Nel mio ultimo post Finanziamento della ricerca del Politecnico di Torino: A pioggia?, concludevo scrivendo “…Mi auguro inoltre che gli atteggiamenti più estremisti di chi ritiene accettabile o addirittura doverosa una ripartizione molto polarizzata non prendano il sopravvento anche nella divisione dei fondi e delle risorse umane tra i Dipartimenti, soprattutto ora a posteriori della valutazione VQR. Se un finanziamento della ricerca poco equilibrato come quello attuale fosse seguito da un’analoga ripartizione altrettanto fortemente disomogenea, per quanto basata sul merito, delle risorse economiche e umane tra i Dipartimenti, penso che rischieremmo di assistere alla definitiva disgregazione della nostra comunità accademica.

Qualcuno da questo ha dedotto che io sia contro la “meritocrazia”. Prima o poi un post sulla meritocrazia lo farò di certo, ma mi pareva evidente che la questione centrale del mio post era invece il grado di premialità e non la premialità in quanto tale. Il possibile fraintendimento probabilmente è dovuto alla mia generica indicazione di “ripartizione molto polarizzata” e “ripartizione fortemente disomogenea”. Quanto fortemente disomogenea e quanto polarizzata?

Pensavo che fosse ovvio che intendevo polarizzata e fortemente disomogenea come quella della ripartizione dei fondi della ricerca, visto che quello era il tema e il titolo del post. Visto che però non tutti hanno compreso mi sono divertito con un esercizio di fanta-programmazione del personale.

Ecco il gioco. Supponiamo di avere per semplicità 100 POM (Punti Organico Ministeriali) da ripartire tra i Dipartimenti e supponiamo di volerli ripartire in base alla valutazione della ricerca dei Dipartimenti data dalla VQR. Nella marea di dati rigurgitati dall’ANVUR ho trovato solo le valutazioni dei Dipartimenti per area e quindi alcuni Dipartimenti hanno più valutazioni (una per area coperta). Per avere un unico numerino (parametro R dell’ANVUR) per ogni Dipartimento ho fatto volgarmente la media (immagino e spero che l’ANVUR farà una adeguata media pesata perché le aree dentro il Dipartimento non sono tutte grandi uguali, ma questo non rovina il gioco più di tanto).

A quel punto avevo da decidere come usare i numerini (maggiori di uno per chi è sopra la media e minori di uno per chi è sotto). Prima cosa ho eliminato i sotto-media, come farà l’ANVUR per la futura premialità sui Dipartimenti. Ho poi fatto una ripartizione in proporzione alle distanze dalla media del parametro R, in pieno stile ANVUR (è così che hanno fatto in passato per la ripartizione dei POM tra gli Atenei). Non è importante quale metodo ho utilizzato, uno vale l’altro per il mio scopo, l’importante è produrre una ripartizione molto disomogenea.

Quello che viene fuori è questa ripartizione dei 100 POM, con tanto di confronto percentuale con la distribuzione uniforme basata sul numero di strutturati dei diversi Dipartimenti.

ripartizione2

Lasciando perdere di quali Dipartimenti si tratta e indipendentemente dalla procedura che ho usato, la cosa interessante da notate è che i 3 Dipartimenti più “meritevoli” e quindi più premiati (che hanno 206 strutturati, circa il 27% dell’Ateneo) prendono oltre 81 POM e invece gli altri 8 Dipartimenti (che hanno 540 strutturati, quasi il 73% dell’Ateneo) prendono circa 19 POM in tutto. Il numero di POM medi a disposizione del 27% dell’Ateneo più meritevole è circa 11 volte tanto quello dei POM medi a disposizione del 73% dell’Ateneo meno meritevole. Guarda caso è più o meno una distribuzione fortemente premiale e disomogenea tanto quanto quella attualmente in vigore nel nostro Ateneo per la ripartizione dei fondi della ricerca, anzi leggermente meno (vedi Finanziamento della ricerca del Politecnico di Torino: A pioggia?).

L’altra cosa che si nota immediatamente è che in un gioco a somma zero come questo, alla forte premialità basata sul merito di alcuni corrisponde necessariamente una forte penalizzazione di altri. Il che rende molto evidente che per avere una premialità che possa realmente premiare, senza però avere come rovescio della medaglia l’annichilimento dei non premiati, è necessario prevedere una quota di base che garantisca il rispetto delle legittime aspettative di tutti.

La distribuzione premiale può avere un senso, ma è fondamentale che non sia troppo premiale. Premiale non è come “onesto”: più si è onesti e meglio è. La premialità va dosata attentamente. Per un sistema complesso come il nostro, un eccessivo livello di premialità (e conseguente eccessiva penalizzazione) può essere fatale.

Questo è stato solo un giochino e sono certo che nessuno nel nostro Ateneo si augurerebbe una distribuzione dei POM tra i Dipartimenti del tipo estremamente polarizzato presentato nella tabella sopra, per quanto indiscutibilmente basato sul merito e sui dati oggettivi della VQR. Ora mi chiedo, perché invece attualmente in Ateneo sul finanziamento della ricerca stiamo facendo una ripartizione che ha essenzialmente la stessa natura fortemente premiale per pochi e penalizzante per molti e non c’è lo stesso sdegno che immagino abbia suscitato la lettura della mia paradossale tabella? La questione che volevo porre non è tanto quale sia il livello ottimale di premialità, anche se immagino ci siano pochi dubbi che la fanta-programmazione che ho proposto non ci si avvicina nemmeno, ma almeno far comprendere che tale problema di ottimizzazione esiste. Sarebbe già un punto fermo importante da cui partire.

Danilo Bazzanella

 

Finanziamento della ricerca del Politecnico di Torino: A pioggia?

Attualmente nel nostro Ateneo investiamo ogni anno per la ricerca 10 milioni di euro per la premialità dei singoli (vincitori di ERC, FIRB, starting grant per l’attrattività dei professori esterni di qualità…) e 9 milioni di euro per gli investimenti strategici dei Centri Interdipartimentali. Solo da dicembre del 2016 il CdA ha affiancato a tali finanziamenti anche un piccolo finanziamento diffuso di 5 milioni di euro all’anno.

I 19 milioni di euro annui ripartiti con criteri di merito o strategici vanno a finanziare la ricerca di circa un terzo del nostro Ateneo a cui vanno sommati un terzo dei 5 milioni diffusi (perché chi appartiene a un Centro o ha un finanziamento premiale personale prende anche il finanziamento diffuso), per un totale di oltre 20.6 milioni di euro all’anno. I rimanenti due terzi dell’Ateneo, pur essendo il doppio, ha invece in tutto un finanziamento di poco più di 3 milioni. Chi fa parte del terzo dei docenti più finanziati dell’Ateneo prende mediamente oltre 12 volte quello che prende mediamente come finanziamento alla ricerca chi si trova nei due terzi meno finanziati.

Parlare di un Ateneo che finanzia la ricerca a pioggia è veramente fuori luogo o per lo meno, se vogliamo rimanere sulla metafora atmosferica, bisognerebbe parlare di finanziamento a nubifragio per pochi e finanziamento ad acquerugiola per la grande maggioranza.

Non credo che sia opportuno mantenere una suddivisione così marcatamente differenziata dei fondi della ricerca e mi auguro che il CdA, dopo l’approvazione del bilancio consuntivo, possa procedere a una variazione di bilancio che pur mantenendo una ripartizione primariamente basata sul merito e sulle scelte strategiche possa ridurre la divaricazione estrema attualmente presente nel nostro Ateneo.

Mi auguro inoltre che gli atteggiamenti più estremisti di chi ritiene accettabile o addirittura doverosa una ripartizione molto polarizzata non prendano il sopravvento anche nella divisione dei fondi e delle risorse umane tra i Dipartimenti, soprattutto ora a posteriori della valutazione VQR. Se un finanziamento della ricerca poco equilibrato come quello attuale fosse seguito da un’analoga ripartizione altrettanto fortemente disomogenea, per quanto basata sul merito, delle risorse economiche e umane tra i Dipartimenti, penso che rischieremmo di assistere alla definitiva disgregazione della nostra comunità accademica.

Il momento è delicato. Il senso istituzionale e l’equilibrio nelle decisioni non può fare difetto proprio ora.

Danilo Bazzanella