Meritocrazia: obbligo morale o calamità?

La parola “meritocrazia” è un neologismo (coniato dal sociologo britannico Michael Young negli anni 1950) usato originariamente per indicare una forma di governo distopica nella quale la posizione sociale di un individuo viene determinata dal suo quoziente intellettivo e dalla sua attitudine al lavoro. Nel tempo la parola ha acquisito un significato più generico che riguarda la “concezione della società in base alla quale le responsabilità direttive, e specialmente le cariche pubbliche, dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che mostrano di possedere in maggior misura intelligenza e capacità naturali, oltreché di impegnarsi nello studio e nel lavoro” (vedi http://www.treccani.it/vocabolario/meritocrazia/ ).

L’aspetto negativo del concetto di meritocrazia è stato prevalente per lungo tempo. Il filosofo T. Nagel è intervenuto sull’argomento interrogandosi sulla moralità che qualcuno venga avvantaggiato nell’esercizio del potere per qualcosa che gli è stato concesso dalla natura e sulla inconciliabilità tra meritocrazia e democrazia (vedi T. Nagel, I paradossi dell’eguaglianza, Milano, Il Saggiatore, 1993).

Più di recente, soprattutto in Italia, la parola “meritocrazia” ha assunto un significato maggiormente positivo, sostanzialmente come sinonimo di riconoscimento del merito personale nell’assegnazione dei posti di responsabilità.

Visto il significato della parola, si può quindi parlare di “ripartizione meritocratica delle cariche di responsabilità”, ma “ripartizione meritocratica delle risorse” non ha molto senso. Sarebbe meglio dire “ripartizione delle risorse basata sul merito”. Tant’è, oramai sarà difficile invertire la tendenza all’uso piuttosto libero della parola e comunque basta capirsi.

La ripartizione delle risorse basata sul merito è comunque una cosa positiva, addirittura un dovere morale, o una calamità da evitare? Penso nessuna delle due, come già ho scritto in un precedente post Un esercizio di fanta-programmazione del personale. A mio parere è tutta una questione di equilibrio.

Non ho dubbi che favorire qualcuno mediante una ripartizione premiale di risorse può avere dei lati positivi, direi soprattutto quello di incentivare comportamenti virtuosi. Ha anche evidentemente dei difetti, alcuni dei quali possono essere:

– la difficoltà, e il costo in tempo e risorse umane, di valutare adeguatamente il merito e quindi di stabilire chi premiare e soprattutto quanto premiare. In caso di valutazione non accurata e/o non condivisa dagli interessati gli effetti rischiano di essere molto negativi;

– premiare qualcuno vuol dire penalizzare altri e premiare molto alcuni inevitabilmente implica penalizzare molto altri, cosa negativa e a volte distruttiva per i sistemi complessi;

– la premialità è orientata al passato. Si premia chi in passato è stata meritevole, non chi lo sarà in futuro, cosa molto difficile da stabilire;

– può dare origine a un feedback distruttivo. Premiare chi è migliore rischia di renderlo ancora migliore e di rendere invece ancora peggiore chi non viene premiato.

Nel caso di un servizio pubblico (come ospedali, scuole, università…), la questione è ancora più complessa. E’ evidente che per il bene della salute pubblica è di fatto poco utile favorire con una ripartizione premiale di risorse un ospedale che già funziona bene ed è molto più fruttuoso investire per portare a un livello adeguato anche gli ospedali che invece non lo sono, partendo proprio da quelli in situazioni più disagiate, e analogamente per le differenze di efficienza all’interno dei diversi settori nei singoli ospedali. Certo i medici degli ospedali o dei settori migliori potrebbero dire, e con qualche ragione, che è giusto e doveroso riconoscere la loro maggiore professionalità e capacità organizzativa.

Mi pare che la questione sia delicata e chiaramente politica. Chi è al centro della nostra attenzione: i medici o i malati? Se al centro sono i medici, è giusto premiare gli ospedali migliori e i medici migliori con maggiori finanziamenti e stipendi maggiori, sempre che sia possibile definire in modo condiviso cosa significa medico migliore o ospedale migliore. Se lo meriterebbero. Se però si mettono al centro i malati è preferibile porsi come obiettivo primario quello di portare un servizio adeguato anche a chi ha la sfortuna di vivere in una zona dove si trova un ospedale meno bene organizzato o la sfortuna di avere una malattia gestita da un settore meno efficiente dell’ospedale.

Credo che la situazione delle istituzioni formative come Scuola e Università sia analoga. Sono istituzioni con al centro il loro personale o con al centro gli studenti e il territorio? Se servono soprattutto al loro personale è giusto che si premi chi risulta maggiormente meritevole, sempre con tutti i dubbi sulla difficoltà e affidabilità della valutazione. Se però si ritiene che siamo noi al servizio del paese e non il viceversa, allora le politiche potrebbero essere anche molto diverse.

Io un’idea ce l’ho. Parliamone.

Danilo Bazzanella