Commissione mista CdA-SA, 27 marzo 2017

La seconda riunione della commissione mista CdA-SA è stata dedicata al finanziamento della ricerca, in particolare alla ripartizione del finanziamento aggiuntivo della ricerca (si parla di circa 12 milioni di euro). L’obiettivo, in questa prima riunione sul tema, è di raccogliere idee sulle possibili linee di intervento e nella prossima predisporre una o più proposte per gli Organi di Governo.

Le idee di partenza sono state:

– dedicare una parte dei 12 milioni aggiuntivi ad aumentare la quota di finanziamento diffuso, attualmente molto ridotta: 5 milioni di euro all’anno su 48 milioni di euro all’anno di finanziamento della ricerca totale (vedi grafico più avanti);

– possibile aumento del RIA (finanziamento per la ricerca dei Dipartimenti) per favorire le politiche di aggregazione e il finanziamento delle ricerche inter-gruppo all’interno del Dipartimento mediante il cofinanziamento delle iniziative di ricerca che nasceranno dal basso con il finanziamento diffuso;

– possibile finanziamento dei progetti competitivi di alta qualità non finanziati (per esempio i PRIN o i progetti europei non finanziati, ma che hanno avuto una buona valutazione). L’idea è di incentivare la partecipazione ai progetti competitivi, spesso molto onerosi nella predisposizione e con ridotte possibilità di successo.

Verifica efficacia dei provvedimenti

Tutti i provvedimenti e i finanziamenti vanno monitorati e valutati. Per il finanziamento diffuso sarebbe interessante valutare alcuni indicatori macroscopici, per esempio:

– partizionamento dell’uso delle risorse in: inventariabile, consumo, assegni…

– eventuale variazione del numero di proposte di progetto su bandi competitivi e variazione del tasso di successo;

– co-partecipazione ad attività, compresi i Centri;

– migliore competitività dell’Ateneo rispetto agli indicatori VQR.

E’ meno chiaro come si potrebbero valutare i fondi destinati ai Dipartimenti (RIA). Forse se ne potrebbe distribuire una parte a progetto e sicuramente servirà un regolamento trasparente e pubblico delle modalità che ogni Dipartimento intenderà utilizzare per l’utilizzo del RIA.

C’è stata una sostanziale condivisione su alcuni punti:

– È importante preservare la varietà degli interventi e non concentrarsi su un unico tipo di azione;

– Aumentare la premialità dei contratti commerciali e progetti europei, per ora solo di 2.5 milioni di euro all’anno, cifra che non permette di ridurre in modo molto significativo il peso della tassazione dell’Ateneo;

– È importante trovare gli strumenti che permettano ai Dipartimenti di sviluppare una loro progettualità. L’aumento del RIA, con delle linee di utilizzo e un apposito regolamento di Dipartimento, potrebbe essere una strada percorribile;

– La quota di finanziamento diffuso deve essere aumentata per arrivare a una consistenza tale da permettere l’apertura di nuove linee di ricerca (con aggregazione di più docenti e cofinanziate con il RIA del Dipartimento) e non solo per la semplice copertura delle spese di funzionamento.

Ulteriori osservazioni emerse nella discussione:

– L’eventuale provvedimento per incentivare la partecipazione ai PRIN va fatto previa un’attenta analisi di questo tipo di finanziamento perché potrebbero esserci delle criticità. I finanziamenti ottenuti con il PRIN sono stati così ridotti che rischiamo di finanziare di più chi il PRIN non lo ha ottenuto di chi lo ha ottenuto, i progetti PRIN non finanziati rischiano in alcuni casi di non essere attuabili per mancanza dei partner esterni…

– Per decidere un’organica politica di Ateneo sulla distribuzione delle risorse per la ricerca è fondamentale valutare la distribuzione globale di tutti i finanziamenti della ricerca e non concentrarci solo su alcune singole iniziative;

– Sarebbe molto utile per i Dipartimenti avere al più presto un’idea di come verranno distribuiti i finanziamenti per i laboratori didattici;

– E’ importante che passi il messaggio all’Ateneo che si vuole mantenere una pluralità di interventi sulla ricerca, finanziando in modo equilibrato tutti gli ambiti e che in possibili momenti futuri di minore disponibilità economica si intende mantenere questa pluralità e la proporzione tra i vari interventi, riducendo semplicemente l’investimento totale;

– prevedere un’adeguata quota di finanziamento diffuso potrebbe permettere di investire su ricerche più innovative e ad alto rischio, cosa che difficilmente si riesce a fare con fondi raccolti su progetti competitivi;

– per incentivare le aggregazioni si potrebbe vincolare da regolamento che una quota del RIA dei Dipartimenti sia destinata a cofinanziare i progetti che sorgeranno dal basso con l’utilizzo del finanziamento diffuso.

Concludiamo con qualche osservazione personale, e quindi non necessariamente condivisa dalla commissione, presentando il grafico dell’attuale finanziamento annuale per la ricerca del nostro Ateneo:

Con il previsto ulteriore investimento di 12 milioni di euro si arriverebbe in totale a circa 60 milioni di euro all’anno di investimento in ricerca. Contando che l’intero PRIN nazionale è stato di 90 milioni, si tratta di un investimento veramente significativo che, vista anche la sua pluralità e diffusione, siamo certi porterà a un miglioramento globale della ricerca del nostro Ateneo.

L’unico problema che rileviamo è l’attuale eccessiva polarizzazione della ripartizione delle risorse. Trascurando le spese di personale e il RIA (che è difficile dire come sarà suddiviso sulle persone dai vari Dipartimenti), le somme più significative investite in ricerca sono soprattutto i 13 milioni di euro all’anno premiali (che vanno a finanziare pochi singoli ricercatori), i 9 milioni dei Centri (che coinvolgono per ora circa un terzo dei colleghi) e i 5 milioni del finanziamento diffuso.

E’ difficile fare un calcolo preciso, perché ancora non è noto quante persone coinvolgeranno i Centri bottom-up che saranno finanziati, ma se non intraprendiamo una azione di riequilibrio avremo una minoranza dell’Ateneo che riceve per la propria ricerca più di 24 milioni di euro all’anno (13 premiali, 9 Centri, più una quota del finanziamento diffuso che essendo diffuso va anche a favore di chi è già molto finanziato) e una maggioranza dell’Ateneo che invece in tutto riceve meno di 3 milioni.

Per questo siamo convinti che sia necessario che una grande parte dei 12 milioni aggiuntivi siano investiti nel modo più diffuso possibile sulla maggioranza del nostro Ateneo meno finanziata, per andare a ridurre almeno in parte l’attuale estrema polarizzazione della distribuzione delle risorse. In questo modo si potrebbe cercare di evitare il senso di esclusione che rischierebbe di patire la maggioranza dell’Ateneo e lascerebbe a tutti la possibilità di ambire ad accedere in futuro, se saranno meritevoli, ai grandi finanziamenti premiali e strategici che l’Ateneo mette a disposizione ogni anno.

Riteniamo infine molto importante che ci sia una coerenza globale tra le varie politiche di distribuzione di risorse all’interno dell’Ateneo, che siano di tipo economico o di personale.

Danilo Bazzanella
Pietro Mandracci

Commissione mista CdA-SA, 22 marzo 2017

Il mandato della commissione è quello di predisporre una proposta sull’impatto e le ricadute dei Centri (entro il 29/3/17) e riguardo il Finanziamento Ricerca (dopo approvazione Consuntivo 2016). La prima seduta (22 marzo 2017) è stata dedicata completamente al primo tema.

Siamo partiti dalle finalità dei Centri Interdipartimentali, come deliberato dal CdA il 31/3/2016:

“i Centri interdipartimentali dovranno essere capaci di aggregare e acquisire competenze interdisciplinari su tematiche di ricerca scientifica e/o tecnologica di frontiera e conseguentemente di accrescere la reputazione e la visibilità dell’Ateneo in alcune aree di interesse strategico per il Territorio e per il Paese, potenziando le collaborazioni con le Istituzioni internazionali più prestigiose e consolidando i rapporti di partnership con i principali attori del sistema socioeconomico.

Le principali indicazioni condivise dalla commissione sono state:

Non si intende prevedere un’organizzazione, un’attività e una valutazione necessariamente uguale per ogni centro. Le differenze tra i temi trattati e le metodologie utilizzate porteranno ragionevolmente ad avere Centri con diverse caratteristiche e ricadute, cosa che va considerata come una ricchezza e non un problema.

Necessità di organizzare dei momenti aperti all’ateneo in cui si presentano i centri (Kick-off), chiarendo:

– obiettivi scientifico-culturali;
– metodologie di coinvolgimento della comunità del Poli;
– metodologie di divulgazione dei risultati delle attività svolte.

Per quanto riguarda la formazione i Centri possono avere un insieme di ricadute sull’Ateneo, per esempio:

– prevedere corsi per PhD da presentare nell’ambito dei corsi di dottorato coinvolti (multi-dottorato);
– dopo il primo anno, potrebbero in alcuni casi proporsi dei curriculum in qualche corso di dottorato;
– attività seminariali da proporre nell’ambito dei corsi di LM;
– eventuale attività di formazione per le aziende, da predisporre a seguito di interessi specifici delle aziende stesse;
– formazione continua, formazione professionalizzante, moocs…

Per quanto riguarda la Ricerca e il Trasferimento tecnologico:

– i centri devono essere inclusivi. L’inclusività è un arricchimento per i centri;
– i centri devono diventare hub tecnologicoscientifici sui vari temi
– devono far crescere culture multi-disciplinari sui temi ritenuti strategici
– possono diventare delle forme di centri di servizio, con attrezzature scientifiche a disposizione della ricerca dei gruppi dell’ateneo
– i Centri devono predisporre delle Open Call for Proposal su attività definite dal centro o proposte dalle aziende. Si può configurare come una partecipazione “temporanea” ai centri, a progetto;
– prevedere la possibilità che docente con contratto/accordo con aziende le “porti” nel centro e prevedere la possibilità che un docente proponga al centro un’attività da co-finanziare;
– workshop tecnici multi-disciplinari aperti ai docenti e tecnici dell’ateneo interessati a partecipare alle attività dei centri;
– programma visiting sui temi di interesse del centro.

Riguardo alla verifica dei lavori e dei risultati dei centri la commissione ha condiviso alcune idee:

– Servono criteri di verifica per valutare l’efficacia del finanziamento e indirizzare le scelte per l’anno successivo;
– le verifiche devono essere in itinere;
– dopo ogni anno si prevede un momento dialettico tra CdA/NuV e centri;
– la verifica deve essere “personalizzata” centro per centro in modo da tenere in conto le peculiarità di ognuno.

Nel valutare le attività dei Centri, si terranno in considerazione le attività legate a:

– i dottorati con tutoraggio multi-disciplinare;
– le pubblicazioni e progetti di TT congiunti multidisciplinari (docenti afferenti a gruppi diversi);
– l’organizzazione di Workshop e seminari;
– i finanziamenti acquisiti dall’esterno e soprattutto la capacità di autofinanziare le spese del personale;
– le ricadute sulla formazione: corsi, seminari, attività di formazione per le aziende, proposte in campo didattico…
– l’inclusività: open call inclusive, capacità di coinvolgimento di nuovi docenti, assegnisti in cotutela intra-ateneo oppure con aziende.

Non tutti i Centri faranno tutte le cose indicate, e comunque ogni Centro si concentrerà più su alcuni aspetti che su altri. La valutazione sarà costruttiva, con l’obiettivo principale di cercare di migliorare l’attività del Centro, e terrà conto delle diverse caratteristiche e dei diversi obiettivi di ogni Centro.

Sono anche state affrontate alcune delle questioni che si prevede possano essere critiche:

– la necessità che ogni Centro abbia un suo spazio fisico per la strumentazione e i ricercatori e la difficoltà di trovare questi spazi all’interno dell’Ateneo. Sarebbe molto opportuno che i Centri fossero tutti raggruppati insieme per facilitare le interazioni e le collaborazioni;

– è necessario evitare che si crei un’espansione del precariato di ricerca nel nostro Ateneo. Il personale deve essere soprattutto composto da dottorandi e “giovani” assegnisti, progressivamente finanziati con i fondi raccolti esternamente dal Centro, con attenzione alle prospettive di collocazione interna e esterna del personale no strutturato;

– è fondamentale gestire al meglio il rapporto Centri/Dipartimenti, sia per quanto riguarda la distribuzione ai Dipartimenti coinvolti della tassazione dei fondi raccolti dal Centro che per quanto riguarda l’afferenza ai vari Dipartimenti del personale non strutturato impegnato nei Centri.

Danilo Bazzanella
Pietro Mandracci

Uso proprio e improprio dei risultati della VQR

Alla presentazione dei risultati della VQR alla presenza della Ministra è stata proiettata la slide della foto. Pochi giorni dopo i coordinatori dei GEV hanno scritto una lettera alla Ministra, al presidente della CRUI… dal titolo Uso proprio e improprio dei risultati della Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR). Sembrerebbe quindi esserci una certa consapevolezza dell’uso distorto avuto nella precedente VQR, che rischia di ripetersi anche dopo i risultati della nuova. Io ho forti dubbi anche sugli usi “propri” della VQR, ma sarebbe già un risultato non sentire più parlare di proposte di usi definiti “impropri” anche dalla stessa ANVUR e da tutti i coordinatori dei GEV.

CdA 8 marzo 2017

Visto l’usuale resoconto istituzionale, aggiungo solo alcune osservazioni a complemento.

Durante la seduta si è evidenziata la mancanza di una policy per la proroga biennale dei contratti da RTDa, così come ne abbiamo una per la proroga degli assegni di ricerca, cosa però necessaria per assicurare un trattamento uniforme a tutti i colleghi non strutturati. La questione sarà affrontata nelle prossime sedute.

Il nuovo regolamento per il carico didattico degli RTDa stabilisce che le ore di tutoraggio in aula e in laboratorio sono ora considerate per il raggiungimento del carico didattico previsto, anche se con un peso 1/2. Precisamente il nuovo regolamento dice “Ogni ora di attività didattica frontale può essere commutata in due ore di tutoraggio in aula oppure in laboratorio“. Contemporaneamente il carico, che attualmente è di 60 ore, viene ridotto a 50 o 40 ore. Il CdA non ha approfondito la discussione sulla dimensione della diminuzione del carico e ha lasciato al Senato Accademico la responsabilità di stabilirlo con precisione. I cambiamenti entreranno in vigore il prossimo anno accademico. Ho fatto notare che forse facendo decorrere il cambiamento dal prossimo anno accademico potrebbero quest’anno rimanere alcuni RTDa con carichi inferiori al dovuto per la mancata valutazione delle ore di tutoraggio svolte, ma sono stato rassicurato sul fatto che questo non capiterà perché nei settori dove l’inconveniente si poteva verificare le ore di tutorato sono state commutate in esercitazioni. Se mi dovessero arrivare segnalazioni di qualche problema residuale di questo tipo lo porterò all’attenzione del CdA nelle prossime sedute.

Riguardo alle linee guida per il regolamento tasse ci tengo a precisare che il CdA ha deliberato di scegliere, tra le nostre regole passate e i nuovi obblighi di legge, sempre la possibilità più vantaggiosa per gli studenti.

Danilo Bazzanella

Un esercizio di fanta-programmazione del personale

Nel mio ultimo post Finanziamento della ricerca del Politecnico di Torino: A pioggia?, concludevo scrivendo “…Mi auguro inoltre che gli atteggiamenti più estremisti di chi ritiene accettabile o addirittura doverosa una ripartizione molto polarizzata non prendano il sopravvento anche nella divisione dei fondi e delle risorse umane tra i Dipartimenti, soprattutto ora a posteriori della valutazione VQR. Se un finanziamento della ricerca poco equilibrato come quello attuale fosse seguito da un’analoga ripartizione altrettanto fortemente disomogenea, per quanto basata sul merito, delle risorse economiche e umane tra i Dipartimenti, penso che rischieremmo di assistere alla definitiva disgregazione della nostra comunità accademica.

Qualcuno da questo ha dedotto che io sia contro la “meritocrazia”. Prima o poi un post sulla meritocrazia lo farò di certo, ma mi pareva evidente che la questione centrale del mio post era invece il grado di premialità e non la premialità in quanto tale. Il possibile fraintendimento probabilmente è dovuto alla mia generica indicazione di “ripartizione molto polarizzata” e “ripartizione fortemente disomogenea”. Quanto fortemente disomogenea e quanto polarizzata?

Pensavo che fosse ovvio che intendevo polarizzata e fortemente disomogenea come quella della ripartizione dei fondi della ricerca, visto che quello era il tema e il titolo del post. Visto che però non tutti hanno compreso mi sono divertito con un esercizio di fanta-programmazione del personale.

Ecco il gioco. Supponiamo di avere per semplicità 100 POM (Punti Organico Ministeriali) da ripartire tra i Dipartimenti e supponiamo di volerli ripartire in base alla valutazione della ricerca dei Dipartimenti data dalla VQR. Nella marea di dati rigurgitati dall’ANVUR ho trovato solo le valutazioni dei Dipartimenti per area e quindi alcuni Dipartimenti hanno più valutazioni (una per area coperta). Per avere un unico numerino (parametro R dell’ANVUR) per ogni Dipartimento ho fatto volgarmente la media (immagino e spero che l’ANVUR farà una adeguata media pesata perché le aree dentro il Dipartimento non sono tutte grandi uguali, ma questo non rovina il gioco più di tanto).

A quel punto avevo da decidere come usare i numerini (maggiori di uno per chi è sopra la media e minori di uno per chi è sotto). Prima cosa ho eliminato i sotto-media, come farà l’ANVUR per la futura premialità sui Dipartimenti. Ho poi fatto una ripartizione in proporzione alle distanze dalla media del parametro R, in pieno stile ANVUR (è così che hanno fatto in passato per la ripartizione dei POM tra gli Atenei). Non è importante quale metodo ho utilizzato, uno vale l’altro per il mio scopo, l’importante è produrre una ripartizione molto disomogenea.

Quello che viene fuori è questa ripartizione dei 100 POM, con tanto di confronto percentuale con la distribuzione uniforme basata sul numero di strutturati dei diversi Dipartimenti.

ripartizione2

Lasciando perdere di quali Dipartimenti si tratta e indipendentemente dalla procedura che ho usato, la cosa interessante da notate è che i 3 Dipartimenti più “meritevoli” e quindi più premiati (che hanno 206 strutturati, circa il 27% dell’Ateneo) prendono oltre 81 POM e invece gli altri 8 Dipartimenti (che hanno 540 strutturati, quasi il 73% dell’Ateneo) prendono circa 19 POM in tutto. Il numero di POM medi a disposizione del 27% dell’Ateneo più meritevole è circa 11 volte tanto quello dei POM medi a disposizione del 73% dell’Ateneo meno meritevole. Guarda caso è più o meno una distribuzione fortemente premiale e disomogenea tanto quanto quella attualmente in vigore nel nostro Ateneo per la ripartizione dei fondi della ricerca, anzi leggermente meno (vedi Finanziamento della ricerca del Politecnico di Torino: A pioggia?).

L’altra cosa che si nota immediatamente è che in un gioco a somma zero come questo, alla forte premialità basata sul merito di alcuni corrisponde necessariamente una forte penalizzazione di altri. Il che rende molto evidente che per avere una premialità che possa realmente premiare, senza però avere come rovescio della medaglia l’annichilimento dei non premiati, è necessario prevedere una quota di base che garantisca il rispetto delle legittime aspettative di tutti.

La distribuzione premiale può avere un senso, ma è fondamentale che non sia troppo premiale. Premiale non è come “onesto”: più si è onesti e meglio è. La premialità va dosata attentamente. Per un sistema complesso come il nostro, un eccessivo livello di premialità (e conseguente eccessiva penalizzazione) può essere fatale.

Questo è stato solo un giochino e sono certo che nessuno nel nostro Ateneo si augurerebbe una distribuzione dei POM tra i Dipartimenti del tipo estremamente polarizzato presentato nella tabella sopra, per quanto indiscutibilmente basato sul merito e sui dati oggettivi della VQR. Ora mi chiedo, perché invece attualmente in Ateneo sul finanziamento della ricerca stiamo facendo una ripartizione che ha essenzialmente la stessa natura fortemente premiale per pochi e penalizzante per molti e non c’è lo stesso sdegno che immagino abbia suscitato la lettura della mia paradossale tabella? La questione che volevo porre non è tanto quale sia il livello ottimale di premialità, anche se immagino ci siano pochi dubbi che la fanta-programmazione che ho proposto non ci si avvicina nemmeno, ma almeno far comprendere che tale problema di ottimizzazione esiste. Sarebbe già un punto fermo importante da cui partire.

Danilo Bazzanella