Lettera aperta di un ricercatore a 600 docenti universitari

Cari colleghi,

ho letto la lettera che avete inviato al Presidente del Consiglio e alla Ministra dell’Istruzione dal titolo CONTRO IL DECLINO DELL’ITALIANO A SCUOLA  e mi permetto di fare qualche considerazione al riguardo. L’incipit è molto chiaro e preoccupante “È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente”. Da questo fate seguire tutta una serie di proposte, su cui tornerò dopo. Sarebbe interessante avere qualche riferimento a studi sulla diminuzione progressiva della competenza linguistica dei giovani e invece nulla, solo un perentorio “È chiaro ormai da molti anni…”. Peccato perché da ricercatore mi farebbe molto piacere approfondire la questione prima di farmi un’idea e eventualmente poter esprime la mia opinione in piena coscienza. Spero sarete così gentili da farmi avere la bibliografia a sostegno della vostra premessa.

Al di là delle questioni scientifiche, la vostra affermazione iniziale mi ha riportato alla mente quello che forse è anche nell’esperienza di molti altri adulti di oggi e che mi fa piacere condividere. Ricordo distintamente le persone anziane, che poi probabilmente erano più giovani di quanto non sia io in questo momento, che mi ripetevano spesso che non c’era più né la scuola di una volta né tanto meno i giovani di una volta. Nel passato la scuola era molto più seria, contava il merito e si chiedeva tanto, e ovviamente era popolata da studenti, loro, molto più studiosi e molto più preparati di noi.

Io ascoltavo con l’atteggiamento del giovane che ascolta l’anziano con l’indulgenza dovuta al rispetto o forse più alla consapevolezza che non c’è nulla di utile da dire in certe situazioni, non ricordo. Mi veniva però sempre irresistibile chiedermi se anche loro si erano dovuti subire le rampogne dei loro vecchi per il medesimo motivo e per questo alla fine mi sentivo quasi di comprenderli umanamente.

E’ proprio perché non mi piacerebbe essere oggetto del compatimento dei giovani di oggi che mi piacerebbe approfondire la questione prima di esprimermi. Non so nulla di studi a sostegno delle diminuite competenze linguistiche in Italia, ma so invece quanto è facile lasciarsi trascinare dalle impressioni e dai ricordi distorti della propria gioventù. Siamo proprio certi che noi alla loro età eravamo molto meglio? O semplicemente è difficile accettare che non eravamo poi tanto diversi?

In un bellissimo libro del 2014 “The Myth of the Spoiled Child”, l’autore Alfie Kohn per rispondere a chi sosteneva che negli ultimi anni gli studenti americani erano sempre meno preparati e capaci cita testualmente un articolo: “Molti College incolpano le scuole superiori di promuovere studenti che non hanno le competenze linguistiche adeguate per studiare le materie a livello universitario e si trovano obbligati a porre rimedio con corsi sulle competenze di base” (traduzione mia), che sembrava riportare in modo perfetto il pensiero recente degli “esperti” sul crollo delle competenze dei giovani, rivelando solo alla fine che si trattava di un articolo del 1954. Si diverte poi a fare esempi di affermazioni simili di esperti del 1917, del 1894, del ‘600, risalendo fino alle lamentele di Socrate sui giovani dei suoi tempi che non erano più come quelli di una volta! Kohn conclude alla grade con la citazione della poetessa Adrienne Rich: “Nostalgia is only amnesia turned around”.

Se lo affermano 600 professori universitari, sicuramente la situazione italiana sarà diversa da quella americana, o della Grecia antica, ma il dubbio e la voglia di approfondire rimangono.

Alcune delle proposte dei 600 professori sono ragionevolmente condivisibili: dare grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base e favorire il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola, sono proposte interessanti che difficilmente potrebbero avere effetti negativi. Una delle proposte è però quella di aumentare le verifiche in itinere e istituire nuovi esami nazionali, come se la valutazione di per se stessa potesse migliorare le competenze degli studenti. Non sarebbe stato più utile chiedere maggiori investimenti nell’educazione, visto che al riguardo siamo fanalino di coda in Europa e non solo, o proporre nuove modalità della didattica per accompagnare in modo migliore gli studenti nell’apprendimento della nostra lingua? Io da matematico non saprei dire cosa può funzionare meglio e cosa consigliano gli espetti del settore, ma aggiungere esami può mai essere la soluzione di qualche problema?

Concludo con un’osservazione sull’ultima frase, che può apparire come innocua, ma che fa intravedere un modo di intendere la scuola a mio parere molto discutibile: “Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro”.laurel-hardy-dunce

Considerare l’apprendimento come una cosa di per sé negativa, un noioso ma necessario calvario per il superamento dell’esame, necessario anche perché altrimenti mai gli studenti si applicherebbero adeguatamente, oltre che una scuola di vita per affrontare il mondo competitivo che ci circonda, è una concezione talmente triste dello studio e del mondo che mi sconforta pensare che sia condivisa da così tanti colleghi. Mi auguro che i giovani in futuro possano avere migliori competenze linguistiche, magari anche grazie all’intervento dei 600 professori, ma soprattutto che incontrino dei docenti che possano trasferire loro la passione per lo studio e il piacere della conoscenza senza scopo e non vengano invece sempre blanditi e puniti con la carota e il bastone. Ho forti dubbi che si possa ottenere un grande risultato educativo trattando le persone come si fa con i somari.

Danilo Bazzanella

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